Luigi Degan

L’anno di una scommessa sul lavoro

In Lavoro on January 13, 2011 at 7:42 pm

Pubblicato il 13 gennaio 2011 da LD
13 gennaio

Intervista a Pietro Ichino, per il senatore democratico l’accordo su Pomigliano deve essere un modello. «È auspicabile che si sviluppi sempre di più la contrattazione aziendale su piani industriali innovativi. Solo la Fiom rischia l’isolamento»

di Luigi Degan e Giuseppe Sabella

Articolo pubblicato sul settimanale Tempi del 13 gennaio, pagg. 16 e 17, col titolo L’anno di una scommessa sul lavoro. Scarica qui il pdf

4.600 assunzioni e aumento retributivo per i lavoratori di Pomigliano d’Arco. 700 milioni di euro di investimento da parte della nuova società che gestirà il sito produttivo. Statuto dei lavoratori e, quindi, rappresentanti sindacali aziendali per i sindacati che hanno firmato l’accordo. Ci chiediamo allora quale sia il problema che ha agitato le associazioni sindacali nell’anno appena concluso e che persiste in questo inizio d’anno. Abbiamo girato la domanda al Senatore democratico Pietro Ichino, Ordinario di Diritto del Lavoro all’Università degli Studi di Milano nonché esperto di relazioni industriali, cercando di sintetizzare e meglio comprendere questa difficile annata. Difficile per il perdurare della crisi economica che ha indebolito imprese e lavoratori. Difficile perché, come ogni crisi, sta rompendo degli equilibri consolidati, in particolare nell’ambito delle relazioni industriali. Vero è che, negli utlimi due anni, i contratti collettivi sono stati tutti rinnovati con la firma di tutte e tre le sigle sindacali – Cgil, Cisl e Uil – ad eccezione del contratto dei metalmeccanici che non ha riportato la firma della Fiom-Cgil.

Vero è che quest’intesa sembra un rinvio dei problemi, così come in molti casi uno strumento di rinvio dei problemi è stato l’utilizzo degli ammortizzatori sociali. Problemi che si manifesteranno prepotentemente all’esaurimento di tali strumenti. E la vertenza Fiat, a Mirafiori e a Pomigliano d’Arco, sembra un anticipo di quel che accadrà: una rottura degli equilibri delle relazioni industriali sedimentati in quasi quarant’anni; un caso, quello della Fiat, che ha reso evidente l’enorme distanza che esiste tra le confederazioni sindacali e tra i lavoratori che sono chiamati, attraverso l’utilizzo del referendum, ad essere protagonisti del loro futuro senza delegarlo semplicemente ai rappresentanti sindacali; un caso, quello Fiat, che ha reso evidente anche il problema di rappresentanza all’interno della Confindustria e la necessità, quindi, che il cambiamento delle relazioni industriali sia seguito da un cambiamento all’interno dei sistemi di rappresentanza dei sindacati dei lavoratori e di quelli dei datori di lavoro.

Senatore Ichino, il caso Pomigliano rompe schemi ed equilibri consolidati. Quali potrebbero essere le conseguenze dell’isolamento della Cgil da un lato e di Confindustria dall’altro?

Non parlerei di “isolamento”, né della Confindustria né della Cgil. A rischiare l’isolamento, semmai, è la Fiom. Per Cgil, Confindustria, e in generale tutte le grandi confederazioni sindacali e imprenditoriali, vedo semmai la prospettiva di una riduzione del ruolo degli apparati centrali nazionali, a vantaggio degli apparati periferici: questi ultimi saranno quelli più sollecitati, nell’auspicabile fase di sviluppo della contrattazione aziendale sui piani industriali innovativi.

Ritiene che Cgil e Confindustria debbano rivedere il loro approccio alle relazioni sindacali e, quindi, modificare anche i loro strumenti di azione?

Sì, nel senso che dicevo ora, cioè del potenziamento dei servizi per la negoziazione della scommessa comune tra imprese e lavoratori sui piani industriali innovativi, che richiedono contratti aziendali che si discostino dai contratti nazionali di settore, su organizzazione del lavoro, inquadramento professionale, struttura della retribuzione, tempi di lavoro e molto altro ancora.

Nella revisione delle relazioni impresa-lavoratore come quella di cui si parla, come valuta il Codice della partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa presentato dal ministro del lavoro?

È una raccolta di documentazione su questa materia che può essere utile. Ma mi sembra sbagliato l’intendimento esplicitato dal ministro nel pubblicarlo: cioè quello di evitare qualsiasi intervento legislativo su questa materia. È giusto ribadire il principio che qualsiasi forma di sperimentazione deve nascere da un contratto aziendale; ma se si vuol davvero promuovere la sperimentazione di alcune forme di partecipazione dei lavoratori nell’impresa alcuni aggiustamenti legislativi sono necessari. Per esempio, in materia di partecipazione dei lavoratori al consiglio di sorveglianza, nelle società per azioni che optano per la governance duale; oppure in materia fiscale, in riferimento alle forme di partecipazione agli utili o di azionariato dei lavoratori.

Lei è un esponente della sinistra riformista e ha presentato un progetto per la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, prevedendo una tutela solo obbligatoria e non più reale in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi. Come ha accolto la sinistra più resistente al riformismo questa sua proposta?

Il progetto, che si è concretato in due disegni di legge (uno – il ddl n. 1481/2009 – per la sperimentazione; l’altro – il n. 1873 – per la riforma di carattere generale della materia) è stato firmato con me da altri 54 senatori, più della metà del Gruppo democratico al Senato. Inoltre esso ha avuto un avallo pieno e convinto dai leader delle due minoranze interne al Pd, Walter Veltroni e Ignazio Marino. Già questo mi sembra un risultato molto lusinghiero. Poi, il 10 novembre scorso, il Senato ha approvato a larghissima maggioranza (solo 26 voti contrari o di astensione), col voto favorevole di tutta l’opposizione, una mozione di Francesco Rutelli che impegna il Governo a promuovere il varo di un Codice del lavoro semplificato redatto sulla base del disegno di legge n. 1873, oltre che di eventuali altri (che però attualmente non ci sono): questo significa che quel progetto oggi, pur con tutti i distinguo che si sentono fare a destra e a sinistra, è di fatto al centro dell’agenda politica.

A proposito di riforma dello Statuto dei Lavoratori, ritiene che vi siano punti condivisibili in questa bozza di ddl delega al governo sullo Statuto dei Lavori presentata dal ministro Sacconi alle parti sociali l’11 novembre scorso?

Sicuramente condivisibile è l’idea di un testo unico semplificato della legislazione del lavoro, che il ministro ha raccolto dal disegno di legge n. 1873 menzionato prima. Però mi sembra davvero troppo generico e affrettato il contenuto del progetto ministeriale: come è pensabile che il contenuto di una riforma dell’intero ordinamento del lavoro sia sufficientemente delineata in due sole cartelle? Quel testo ha più l’aria di una dichiarazione di intenti che di un vero disegno di legge.

Premesso che il mercato del lavoro è in continua evoluzione, cosa manca in questo momento alla riforma per dirsi compiuta?

Manca una riforma della disciplina del rapporto di lavoro che tenda al superamento del dualismo del mercato del lavoro, tra protetti e non protetti. Difetta gravemente l’efficienza dei servizi di informazione, orientamento, formazione e riqualificazione professionale. Il sistema del sostegno del reddito a chi perde il posto di lavoro manca del requisito dell’universalità – intere grandi categorie di lavoratori ne sono escluse – e in esso è totalmente ineffettivo il principio della condizionalità: cioè il principio per cui il sostegno può essere erogato soltanto a chi sia realmente disponibile a partecipare attivamente a tutte le attività ragionevolmente necessarie per trovare una nuova occupazione; oltre che disponibile per l’occupazione stessa, ovviamente.

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