Luigi Degan

LE COLPE DEI GIOVANI DISOCCUPATI E PRECARI

In Lavoro on November 1, 2012 at 1:54 pm

di Luigi Degan

E’ spiazzante il dato Istat relativo alla disoccupazione giovanile: in un solo mese, rispetto all’ultimo monitoraggio diffuso ai primi di aprile, il trend negativo è salito di 4 punti secchi: dal 31,9% al 35,9% (dato relativo al mese di marzo). Già verso la metà degli anni ’90, il tasso di disoccupazione dei giovani aveva superato il 30%, nel 2004 era al 29% per poi raggiungere il 20% nel 2007, e questo dimostra che il problema non ha cause esclusivamente legate alla crisi economica ma anche cause da ricercare al di là degli aspetti e delle opportunità occupazionali.
Come ha precisato l’Istat con una nota ufficiale, non è corretto affermare che “più di un giovane su tre è
disoccupato”, mentre sarebbe più corretto segnalare che “più di uno su tre dei giovani attivi è disoccupato”. Infatti, in base agli standard internazionali, il tasso di disoccupazione è definito come il rapporto tra i disoccupati e le forze di lavoro (ovvero gli “attivi”, in cui rientrano sia gli occupati che i disoccupati). Se, dunque, un giovane è studente e non cerca attivamente un lavoro non è considerato tra le forze di lavoro, ma tra gli “inattivi”. Per quanto riguarda il dato sulla disoccupazione giovanile relativo al marzo 2012, i “disoccupati” di età compresa tra i 1 5 e i 24 anni sono circa 600 mila, cioè il 35,9% delle forze di lavoro di quell’età e il 10,3% della popolazione complessiva della stessa età,
nella quale rientrano studenti e altre persone considerate inattive secondo gli standard internazionali.
Sono invece 2,2 milioni i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti né a scuola, né all’università, né lavorano e nemmeno seguono corsi di formazione o di aggiornamento professionale: sono i cosiddetti Neet (Not in education, employment or training). Sono il 23,4% della popolazione nazionale di riferimento. Ricordiamo anche che ci sono 117.000 posti di lavoro che nessuno vuole (dati Excelsior Ministero del Lavoro): si tratta non solo di alti profili, ma anche di profili meno elevati come commessi (5.000), camerieri (2.300), informatici e telematici (1.400), contabili (1.270), elettricisti (1 .250), baristi (1.000), idraulici (1 .000), ecc. Abbiamo quindi alcuni giovani che non entrano nel mercato del lavoro, né ci provano, e alcuni che faticano a entrarvi.
A quest’ultimo proposito, possiamo dire che oggi i giovani arrivano impreparati all’ingresso nel mercato, un po’ per le carenze del sistema formativo (l’assenza di un’efficace alternanza scuola-lavoro, l’esistenza di programmi obsoleti), un po’ perché, idealmente, per la maggior parte di essi il lavoro è ciò che è stato per i loro padri: un lavoro a tempo indeterminato presso la medesima azienda. Ritengono, perché così è stato loro trasmesso, che qualsiasi contratto di lavoro che non sia a tempo indeterminato sia di “seconda classe”. La loro è una posizione attendista, della buona sistemazione, del contratto a tempo indeterminato. Anche per questo molti si affacciano tardivamente al lavoro: in media, l’età del primo impiego in Italia è 22 anni, contro i 16,7 dei tedeschi, i 17 degli inglesi e i 17,8 dei danesi. Va però ricordato che il contratto a tempo indeterminato è, per definizione, un contratto in cui non è specificato il momento in cui si concluderà; non si tratta di un contratto di lavoro il cui termine è il raggiungimento dell’età pensionabile.
Non dobbiamo inoltre dimenticare che, mediamente, le aziende ogni 5-6 anni sono chiamate a riassestarsi, a riorganizzarsi e a ricollocarsi sul mercato: questo determina un’alta mobilità e fluttuabilità all’interno del mercato che in teoria dovrebbe tradursi in maggior dinamicità del mercato del lavoro e maggior facilità di incontro tra le parti. Ci sono invece lavoratori che non trovano lavoro, e datori di lavoro che non trovano lavoratori, nello stesso momento e nello stesso luogo.
Questa anomalia – che nel caso dei giovani italiani ha raggiunto numeri abnormi – è stata indagata da tre studiosi, Peter Diamond, Dale Mortensen e Cristopher Pissarides, che nel 2010 hanno conseguito il Nobel per l’Economia. I due americani e l’anglo-cipriota hanno evidenziato le difficoltà di comunicazione che esistono tra domanda e offerta di lavoro e hanno sviluppato delle linee guida che suggeriscono di incrementare le informazioni e la loro circolazione, così da permettere agli stessi lavoratori di avere maggior conoscenza del fabbisogno produttivo. Non solo, i tre studiosi hanno dimostrato – dati alla mano – come il sussidio prolungato non sia la forma più opportuna per il ricollocamento della persona in stato di difficoltà occupazionale: esso facilita infatti una certa passività, mentre il sussidio brev e rende la persona più attiva e partecipe nella ricerca di un nuovo posto di lavoro.
Qui veniamo alle atipicità del mercato del lavoro italiano: l’ultima rilevazione di Unioncamere ci dice che l’85% di chi trova lavoro lo fa attraverso il canale informale, il passaparola; solo il 1 5% passa attraverso una selezione che può essere dell’azienda stessa che assume oppure passando dai servizi preposti, pubblici o privati. Questo dato è già di per sé indicativo della debolezza del sistema di orientamento italiano (in Germania nel 40% dei casi si passa attraverso il canale formale dei servizi dedicati). Senza parlare di come culturalmente in Italia si continui a pretendere che il sistema di welfare e quindi di sostegno alla difficoltà occupazionale risolva tale difficoltà e non sia invece strumento di supporto a tale difficoltà, cosa invece propria di ciò che a livello europeo e non solo rientra nella vision di politica attiva del lavoro.
Considerando poi che nell’attuale sistema economico le aziende sono chiamate a riassestarsi e a riposizionarsi sul mercato mediamente ogni 5-6 anni, il “ciclo produttivo” di un lavoratore non è più di 40 anni (come nell’“economia dei padri”), ma di 5: la flessibilità è esigenza reale delle aziende ed è abilità/capacità premiata dal mercato. Non si tratta solo di un aspetto della contrattualistica: la flessibilità è soprattutto disponibilità ad aggiornare e adattare il proprio sapere e saper fare alle richieste del mercato; la flessibilità è atteggiamento del lavoratore che si sente responsabilizzato in relazione al suo ruolo di protagonista nella realtà e nella sua vita lavorativa. Si tratta di un cambio di mentalità che consiste nel lavorare imparando e nell’imparare lavorando, espressione di una cultura nuova: il lavoro è un’opportunità da vivere responsabilmente, come apprendimento continuo: il cosiddetto learning by doing.
Per questo è utile non confondere flessibilità e precariato, come fanno – andando a braccetto – padri e media in Italia, col risultato di creare un disorientamento sempre più profondo tra i giovani. Siamo in presenza di un’economia dei rischi in cui non si colgono le opportunità che questo comporta, ma si cerca di compensare questi rischi con l’individuazione di antiche sicurezze invece di nuove forme di flessicurezza come qualcuno propone. Una ricerca del Centro di ricerche dell’Università di Milano Bicocca (Crisp) nelle regioni del Nord Italia mostra che la mobilità delle persone è in continua crescita, a prescindere dalla tipologia contrattuale nella quale queste sono inquadrate. La durata media per le assunzioni con contratto a tempo determinato è pari a 6 mesi circa; per il tempo indeterminato, l’attività per un medesimo datore di lavoro è pari a circa 14 mesi. Il 64% dei giovani ha contratti flessibili, ma il 73% dei contratti a tempo determinato viene convertito in contratti a tempo indeterminato nel giro di 3 anni e mezzo.
Si continua ad alimentare la retorica del precariato, mentre il rilancio dell’apprendistato è giudicata da tutte le Regioni e le parti sociali la risposta più efficace al problema della disoccupazione giovanile. Un lavoratore del resto esce dalla precarietà non perché assunto a tempo indeterminato ma perché si mantiene appetibile sul mercato del lavoro.
Per concludere, la crisi economica degli ultimi anni ha fatto semplicemente esplodere il deficit culturale italiano, che si riverbera sul mercato del lavoro, ma viene prodotto e coltivato anche altrove, scuola e famiglia in primis. La difficile transizione dalla scuola al lavoro trova origine proprio in questo deficit e non perché la scuola non sia in grado di insegnare un mestiere ma perché, al pari della famiglia, è sempre meno in grado di forgiare uomini autonomi e responsabili. Rileggersi il rapporto Censis 2010 al proposito è estremamente istruttivo.

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