Luigi Degan

Perché i cervelli fuggono

In Lavoro on November 1, 2012 at 3:10 pm

Luigi Degan

 

La scorsa settimana, l’Università dell’Insubria di Varese ha presentato una ricerca condotta da 30 studenti del corso di laurea in Scienze della comunicazione. Un questionario sottoposto ai cittadini di Varese ha approfondito il loro rapporto con le istituzioni: 327 le persone interpellate, di età fra i 20 e gli 80 anni, sentite quasi tutte le categorie sociali (studenti, impiegati, disoccupati, pensionati, artigiani, liberi professionisti, imprenditori, casalinghe, operai, commercianti). Dall’indagine risulta che, nell’attuale fase di crisi economica, la politica ha perso non solo credibilità, ma anche capacità di intervento. I cittadini mal sopportano la pesantezza delle tasse (83%) senza ricevere in cambio servizi adeguati e propongono tagli ai costi della politica (89%) nonchè un tetto massimo di due legislature per i parlamentari (77%). L’80% degli interpellati non vede nel breve periodo alcuna ripresa.

In realtà gli esperti sostengono che di crescita se ne riparlerà nel 2014, ci aspettano in buona sostanza altri due anni difficili. Malgrado il diffuso scetticismo sembra però affiorare l’anima positiva e costruttiva dei cittadini: quando si chiede loro se, in seguito alle restrizioni economiche, sono disposti a cambiare stile di vita: il 58% dichiara di averlo già fatto e l’85% sarebbe anche disposto a ridurre e selezionare i consumi.

E’ la condizione giovanile a preoccupare maggiormente: 74 cittadini su 100 pensano che politica e società non siano in grado di proporre valide soluzioni per le nuove generazioni. E consiglierebbero a figli o amici di andare a lavorare all’estero (82% dei casi). Ma perché scegliere l’estero? Perché i cervelli italiani fuggono all’estero?

Premesso che i cervelli non sono solo coloro che ambiscono alla carriera scientifico-universitaria – i

cervelli sono anche nelle imprese – essi fuggono all’estero per condizioni assolutamente tipiche del mercato del lavoro italiano. L’accesso al mercato in Italia è infatti condizionato dal cosiddetto canale informale: l’ultima rilevazione di Unioncamere ci dice che l’85% di chi trova lavoro lo fa attraverso il passaparola; solo il 15% passa attraverso una selezione che può essere dell’azienda stessa che assume come di un’Agenzia per il lavoro. In molti Paesi europei, invece, il ruolo del soggetto orientatore e intermediatore è decisamente più autorevole e riconosciuto dalle parti, dalla domanda come dall’offerta di lavoro. Si pensi a Inghilterra, Germania, Francia, Austria e Danimarca, della cui flessicurezza si parla molto sui nostri giornali. Questo circuito poco virtuoso che anima il mercato del lavoro italiano scoraggia chi non ha una rete sociale forte: il “cervello” in questo caso potrebbe essere il figlio di un immigrato o di un onesto operaio che per tutta la vita ha fatto quello e che non ha conoscenze che potrebbero favorire il figlio.

D’altro canto, questo percorso poco specializzato penalizza le aziende stesse che in questo modo, dovendo competere in un mercato sempre più globale e complesso, non riescono a reperire risorse umane adeguate. Siamo, a questo punto, ancora convinti che i cervelli fuggano all’estero perché non ci sono fondi per la ricerca?

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: