Luigi Degan

A proposito dello Statuto dei Lavoratori

In Lavoro on November 26, 2012 at 8:08 am

Rivoluzione condivisa:

dai Lavoratori ai Lavori, lo Statuto alle Parti Sociali

 

di Giuseppe Sabella e Luigi Degan

 

Aggiornare lo Statuto dei lavoratori. Così Sacconi intende portare avanti la riforma di Marco Biagi. Ma questa volta niente piazze pretestuose, le nuove norme si decideranno con le Parti Sociali. L’impegno di Cisl e Uil da una parte, e  le resistenze della Cgil dall’altra, che alza le barricate rievocando il fantasma dell’articolo 18. Ma l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori qui non centra proprio nulla.

 

 

Il 9 novembre il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha inviato alle parti sociali la bozza del disegno di legge delega al governo sullo Statuto dei lavori. Lo stesso giorno, intervenendo all’Università di Torino, ha spiegato che aveva promesso di presentare il ddl solo dopo una preventiva consultazione con i sindacati sui fondamenti e sui contenuti, puntando a ottenere un Avviso comune. E rivolgendosi «a quell’Italia ideologizzata che non è poca», ha aggiunto che «lo Statuto dei lavori, che era il sogno di Marco Biagi, dimostra che i valori non cambiano, cambiano i tempi».

Il ddl delega si propone soprattutto di identificare un nucleo di diritti universali di rilevanza costituzionale e coerenti con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, applicabili a tutti i rapporti di lavoro dipendente e alle collaborazioni a progetto in regime di sostanziale mono-committenza. L’idea di Sacconi è far rivivere lo Statuto dei lavoratori, la legge 300 del 1970, in una realtà diversa. Una parte dello Statuto, quella attinente ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, resterà ferma come norma inderogabile di legge; un’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, potrà aggiornare, modulare ed estendere le altre forme di tutela sociale adeguandole alle diverse realtà, anche territoriali, del mondo del lavoro.

Il vecchio Statuto, che quarant’anni fa il riformismo italiano visse come una grande conquista, appartiene all’economia fordista, all’Italia della grande fabbrica, che continua a esistere solo nelle idee di chi non accetta il cambiamento della realtà. Oggi i lavori sono tanti e diversi, e l’intenzione di Sacconi (condivisa dalle realtà sindacali che da tempo collaborano al processo di riforma del lavoro) è di proteggere tutti i lavoratori, a prescindere dal fatto che siano dipendenti o no, e coloro che non sono ancora entrati nel mercato del lavoro o ne sono stati espulsi o sono in procinto di uscirne.

«La proposta del ministro è interessante perché parte col piede giusto: prima ancora di presentare al Consiglio dei ministri e al Parlamento un ddl si rivolge alle parti sociali, alle quali chiede nella loro autonomia di realizzare un Avviso comune, impegnandosi a recepirne i contenuti in un provvedimento legislativo», dice a Tempi Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl. «Nel delicato equilibrio tra legislazione e contrattazione, la scelta del ministro rappresenta indubbiamente una grande opportunità per le parti sociali per far valere, attraverso il libero confronto e la condivisione, il ruolo della negoziazione collettiva come strumento che meglio rappresenta e traduce in normative le esigenze e gli obiettivi del mondo del lavoro e dell’impresa».

Nel 1996 fu Marco Biagi, all’epoca consulente di Tiziano Treu, ministro del Lavoro del governo Prodi, a proporre una riforma dello Statuto dei lavoratori, che include il noto ed emblematico articolo 18. Tale articolo riguarda solo le conseguenze in caso di licenziamento illegittimo: reintegrazione se l’azienda ha più di 15 dipendenti, altrimenti indennità economica. Quindi la revisione di tale norma non porterebbe – come invece afferma la Cgil – alla libertà di licenziare, ma inciderebbe solo sulle conseguenze del licenziamento illegittimo. E in Parlamento giace un progetto di legge presentato dal senatore democratico Pietro Ichino che prevede di sostituire la conseguenza della reintegrazione con una indennità economica che arriva anche oltre venti mensilità di retribuzione. Con la proposta di Sacconi, comunque, l’articolo 18 non c’entra nulla. Non a caso in questo frangente anche Cisl e Uil si dicono pronte a difendere i diritti dei lavoratori qualora alla Cgil e ai sindacati conlittuali venisse voglia di sollevare un altro fuorviante polverone in merito.

Il giuslavorista assassinato dalle Br voleva varare una rimodulazione delle tutele previste dalla legge 300, ampliando quelle ora inesistenti a favore del lavoro flessibile e attenuando quelle del lavoro dipendente. Ma il Parlamento a maggioranza di centrosinistra fermò la proposta. Fu in seguito Roberto Maroni, ministro del Welfare nei governi Berlusconi dal 2001 al 2006, a rilanciare l’idea dello Statuto dei lavori: prima con il Libro Bianco (ottobre 2001), poi, dopo la morte del professore, affidando il compito di predisporre una proposta di modifica dello Statuto dei lavoratori a una commissione presieduta da Michele Tiraboschi, allievo di Marco Biagi e oggi protagonista del processo di riforma del lavoro. Ma anche i buoni propositi di Maroni sono rimasti tali.

«Certamente il tema della ridefinizione delle tutele per molti lavoratori non è rinviabile», osserva Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil. «Da circa 15 anni si è proceduto a profonde innovazioni legislative (e non solo) per cercare di trovare un equlibrio tra la necessaria flessibilità e le condizioni di lavoro. Non sempre, bisogna sottolinearlo, questo obiettivo è stato raggiunto. Ad avviso della Uil si dovrà operare per valorizzare la buona flessibilità e contrastare gli abusi di alcune forme di lavoro (tirocini e collaborazioni improprie). Partendo da questo si deve costruire un sistema di regole e tutele che accompagnino lavoratori e imprese verso quella necessaria flessibilità che è ormai parte integrante dell’attuale sistema economico produttivo. Se lo Statuto dei lavori risponderà a questi obiettivi dipende, soprattutto, dalla capacità delle parti sociali di costruire proposte condivise».

Il 10 marzo del 2002, pochi giorni prima del suo assassinio, così scrisse il Professor Biagi: «Lo “Statuto dei lavori” dovrebbe finalmente dare all’Italia nuove tecniche per regolare tutti i tipi di lavori, anche quelli più atipici, rivedendo vecchie norme non più in sintonia con la moderna organizzazione del lavoro e prevedendone delle nuove capaci di governare i mestieri emergenti nella società basata sulla conoscenza. (…) Solo alla fine, quando lo “Statuto dei lavori” sarà stato scritto, solo allora sapremo chi ha vinto e chi ha perso in questo confronto acceso fra governo e parti sociali. Speriamo che vinca soprattutto un’alleanza fra istituzioni e attori sociali che punti alla modernizzazione. Altrimenti sarebbe una sconfitta per tutti».

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: