Luigi Degan

Un’analisi che merita attenzione

In Afol Milano on December 18, 2012 at 6:50 pm

LA STAMPA 18-12-12

La sottile differenza tra povertà e miseria
Disoccupati e precari protestano

rosalba miceli
Povertà e miseria non sempre sono sinonimi anche se, nel linguaggio comune, i due termini vengono spesso accoppiati per definire situazioni caratterizzate da scarsità di mezzi economici, da intensa sofferenza e vulnerabilità sociale. Di frequente le due condizioni si compenetrano oppure talora un individuo o un gruppo sociale può passare da una condizione all’altra senza soluzione di continuità oscillando come un pendolo da uno stato di povertà relativa ad uno più grave di miseria conclamata e viceversa, all’infinito. Tipico, in questi anni di crisi economica, il caso dei lavoratori precari che oscillano da condizioni di precariato più o meno stabile a periodi di disoccupazione seguiti, nel migliore dei casi, da contratti a tempo determinato, sempre a rischio di ritornare a uno stato di disoccupazione, anch’esso più o meno stabile, o instabile, a seconda dei punti di vista.
Ma talvolta tra povertà e miseria si insinua una sottile differenza, quasi un impercettibile spazio mentale che può aprire o negare una prospettiva di riscatto sociale, quella sottile differenza che, a livello psicologico, contraddistingue i processi di «resilienza» (fronteggiamento ed elaborazione delle esperienze difficili o traumatiche, liberando nuove ed insospettate possibilità di esistenza), da quelli di «resistenza» (fronteggiamento delle situazioni problematiche).
Ha sottolineato questa differenza il giornalista e scrittore Maurizio Maggiani, intervenendo nell’ultima puntata della trasmissione televisiva L’Infedele (10 dicembre 2012), dedicata al tema della sofferenza sociale. «Noi eravamo poveri – esordisce Maggiani, nato in una famiglia di modeste condizioni – ma non ho vissuto questa situazione come una condizione di minorità – mio padre era fiero di essere operaio, di appartenere ad una classe sociale a cui veniva riconosciuto un valore di classe lavoratrice all’interno della società. Se da una condizione di povertà possono nascere delle occasioni di riscatto, più difficile è venir fuori da una condizione di miseria dove mancano spesso non solo le risorse materiali, ma anche culturali e talvolta anche morali».
Il «senso di appartenenza» permette di condividere le difficoltà con altri, di riconoscersi tra pari e di lottare insieme per negoziare condizioni di vita (o di lavoro) migliori. Tale concetto diviene il punto di partenza della ricerca del filosofo tedesco Axel Honneth, erede della Scuola di Francoforte, che approderà alla formulazione della teoria sociale del riconoscimento. Già nello scritto Coscienza morale e dominio di classe Honneth mette in evidenza come le classi lavoratrici sviluppino un proprio positivo senso di appartenenza, un condiviso orizzonte di valori e di stili di espressione, di comportamento e di gestione dei problemi morali. Honneth assegna il ruolo di forza motrice dell’evoluzione sociale alle aspettative di riconoscimento che gruppi e individui avanzano in relazione al vedersi garantite, nella società, le condizioni del proprio «rispetto di sé», non solo riguardo ai beni materiali, ma come opportunità di istruzione, di dignità sociale, di lavoro che possa essere di supporto all’identità, in ultima analisi, nel veder riconosciuto il proprio contributo alla conservazione e alla riproduzione della società.
«Quando tutti sono poveri, si è meno consapevoli della povertà, si pensa che la vita sia dura – scrive Boris Cyrulnik, neuropsichiatra ed etologo di fama mondiale, pioniere degli studi sulla resilienza (La vergogna, Codice Edizioni, 2011) -. Ma quando si può mettere su un piatto della bilancia una situazione fragile e dolorosa e su un altro la solida tranquillità del vicino, si prova un sentimento di ingiustizia e di umiliazione. L’ingiustizia è meno penosa perché permette l’indignazione, la protesta verbale e la manifestazione fisica, mentre l’umiliazione spinge a nascondersi, a ritirarsi, a vergognarsi, a non combattere…».
«Bisogna lottare contro la povertà, che è soprattutto assenza di speranza e di stima da parte di altri con cui possono essere condivisi valori proiettati al futuro. Tu quando hai perso la speranza? E quando hai ripreso a sperare? Rispondiamo a queste domande e riappare la stima. La marginalità è non avere nessuno che ci stima. E non stimarsi, ossia non avere la stima di sé», sostiene il pedagogista Andrea Canevaro (dall’articolo Stima che non fa male, di Andrea Canevaro, pubblicato su Unimarg.it, il 20/09/2011). Incontrare la sofferenza delle persone, sempre più disperate e isolate, significa dunque restituire la speranza e l’appartenenza.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: