Luigi Degan

Le proposte per il lavoro dei 5 candidati alle primarie di centrosinistra

In Lavoro on November 24, 2012 at 3:06 pm

Primarie e lavoroIl 25 novembre si svolgeranno leprimarie del centrosinistra, per decidere chi sarà il candidato premier alle prossime elezioni nazionali. Ovviamente, uno dei temi caldi non può che essere il lavoro e la recenteriforma Fornero, argomenti su cui i vari Renzi, BersaniVendola,Puppato e Tabacci hanno idee che vanno dall’abolizione totale alla semplice correzione. Vediamo nel dettaglio.

 

Cominciamo con il segretario del Pd,Pierluigi Bersani, che non scende molto nel particolare, ma si limita a fare delle affermazioni di carattere generale. Sostanzialmente la sua proposta in tema di lavoro è divisa in quattro punti:punto 1 – rivedere tutto il sistema di tassazione, in modo da alleggerire la pressione fiscale su stipendi e imprese; punto 2 – contrasto alla precarietà (non specifica come, però); punto 3 – aiutare (come?) le imprese a competere, a livello globale, in termini di qualità e innovazione, per contrastare la compressione di salari e diritti dei lavoratori; punto 4 – investimenti per favorire l’aumento dell’occupazione femminile e lo sviluppo del Sud. Infine, Bersani predica una maggiore democrazia all’interno delle imprese, permettendo ai rappresentanti dei lavoratori di avere voce in capitolo nelle politiche aziendali, sulla falsariga di quello che succede in Germania (dove i sindacati hanno dei rappresentanti nei consigli d’amministrazione). Nessun riferimento alla riforma Fornero, ma dalle interviste su tv e quotidiani, si può capire che il segretario Pd, in nome di un riformismo molto cauto, sia propenso a mantenere la nuova legge, al massimo apportandole delle correzioni (mai specificato quali, però). Troppo vago e incerto.

Sicuramente più particolareggiato è il programma di Matteo Renzi che, al riguardo, sembra avere le idee più chiare: abolizione immediata della riforma Fornero e sua sostituzione con la riformaIchino. Il leit motiv è di nuovo flexicurity, stesso principio alla base del progetto della ministra meno amata dagli italiani (di cui, però, Ichino è stato uno dei sostenitori): introduzione di un’unica forma di contratto a tutele crescenti (simile al contratto d’apprendistato, si parte da un primo livello a tempo determinato fino ad arrivare all’indeterminato); riduzione dei contratti a tempo determinato a poche casistiche; sistema di formazione continua (mentre si è disoccupati, si frequentano corsi professionalizzanti); riduzione del precariato grazie alla flessibilità buona (cioè la possibilità di cambiare lavoro a piacimento). Tutte buone idee, in teoria, ma realizzabili? Difficile, perchè: 1 – la flessibilità buona non è realizzabile, se prima non si interviene con una riforma scolastica, sociale e fiscale, per risollevare il basso livello di mobilità sociale e di meritocrazia nel nostro Paese; 2 – per un sistema del genere saranno necessari fondi enormi, dove trovarli in tempi di magra come questi (altre tasse?) e come organizzare e a chi affidare la formazione continua (a privati o a strutture pubbliche, locali o nazionali)? Chiudiamo, infine, con un paio di idee interessanti: detassazione per incentivare l’occupazione femminile e possibilità per gli over 55 di usufruire di un sistema misto (lavoro part time unito a prepensionamento part time, fino al raggiungimento dell’età pensionabile). Prima di realizzare una riforma del lavoro del genere, però, c’è un mare di cose da fare: impossibile che sia pronta già nei primi 100 giorni di governo, come promette il sindaco fiorentino e di belle promesse direi che l’Italia di oggi ne ha fin sopra i capelli.

L’altro candidato big, Nichi Vendola, tra i firmatari del referendum abrogativo dell’articolo 8 della riforma Fornero (quello sul reintegro dei licenziati, in pratica la norma che ha eliminato l’Articolo 18), insiste, invece, sulla necessità di realizzare un vero e proprio Piano per il Lavoro, subordinato alla realizzazione di un Piano Industriale e sulla necessità di un maggiore coinvolgimento dei Paesi dell’UE nelle politiche sociali, tanto da proporre l’idea di una legislazione comune sul welfare. Cardini di questa politica sono il salario minimo garantito; la detassazione e incentivi alle imprese che favoriscono la flessibilità degli orari e offrono servizi ai dipendenti; il congedo di paternità obbligatorio; una maggior democrazia nelle imprese, grazie al coinvolgimento dei sindacati nelle politiche e nelle strategie aziendali. Il tutto favorito dal potenziamento dei Servizi per l’Impiego (dei soggetti di diritto misto pubblico-privato, che avrebbero una funzione simile ai vecchi Uffici di Collocamento), dalla semplificazione legislativa(contratto a tempo indeterminato dominante, grazie ad una tassazione più leggera; contratto di apprendistato come forma unica di accesso al mondo del lavoro; riduzione dei contratti a tempo determinato a poche fattispecie ed eliminazione dei contratti più precarizzanti come illavoro a chiamata, lo staff leasing e le false partite iva), dal sostegno al lavoro autonomo(facilitazione di accesso al creditoagevolazioni fiscali e introduzione di una forma di sostegno mutualistico, per i periodi di crisi) e dall’incentivazione al lavoro femminile e allo sviluppo del Sud. Anche in questo caso, abbiamo delle buone idee, condite da qualche perplessità. Innanzitutto, creare una sorta di welfare europeo è un’idea che avrebbe enormi ostacoli da superare, a cominciare dalle profonde differenze sociali ed economiche dei Paesi membri. Un giorno, forse, si arriverà a questo, ma ci vorrà molto tempo e prima di impegnarsi in riforme così grandi, è meglio occuparsi del piccolo (Italia), il da fare non manca di certo. Anche il progetto dei Servizi per l’Impiego non sembra molto convincente: di solito, gli ibridi pubblico-privati non hanno mai prodotto nulla di buono e sono stati, anzi, fonte di sperperi e corruttele varie. Sarebbe poco saggio seguire questa strada. Quali sarebbero, poi, le funzioni di questi uffici? Farebbero lo stesso mestiere delle Agenzie per il Lavoro? E i privati come entrerebbero in gioco? Troppo complicato e possibile fonte di problemi.

L’unica donna in corsa, Laura Puppato, mette, invece, l’accento sulla qualità del lavoro: se la Cina può contare su un esercito sterminato di lavoratori a basso costo, l’Italia, per competere, non può che puntare sulle eccellenze del Made in Italy (da difendere con leggi ad hoc, la creazione di un’agenzia indipendente a tutela dei marchi di qualità e la sensibilizzazione dei consumatori).Agroalimentaredesign e moda sono i modelli da seguire, grazie alla semplificazione della burocrazia (indispensabile per rendere più semplice aprire e gestire un’impresa e per attirare investitori stranieri) e ad investimenti in ricerca e sviluppo. Inoltre, per favorire lo sviluppo economico e sociale del Paese, è fondamentale mettere fine al precariato, sia trasformando la scuola in un centro di formazione di alto livello, fucina dei professionisti di domani e non più semplice diplomificio, sia semplificando la legislazione sui contratti di lavoro, garantendo il giusto equilibrio tra flessibilità e occupazione. Anche la candidata veneta, pur a modo suo, parla diflexicurity, quando sostiene che “la strada da seguire è quella della gradualità della tutela: più lungo è il periodo di lavoro, più stabile diventa l’impiego“. Nello stesso tempo, tutte le varie forme dicontratto a termine devono essere unificate in un’unica tipologia, limitata ai lavori veramente a tempo (stagionali, a progetto, ecc.) e da rendere, comunque, più onerosa del contratto a tempo indeterminato. Ottima e di immediata attuazione l’idea di tutelare i marchi di qualità (cosa che darebbe non poco fastidio alle aziende italiane che delocalizzano e all’industria del falso), mentre certamente impegnativo pare il fronte degli investimenti: per avere una scuola e un settore della ricerca di qualità servono fondi ingenti, dove prenderli? Come impostare, poi, una politica disviluppo industriale, basata sulla qualità? Servono degli standard minimi, da imporre per legge? Come codificare in un buon contratto la “gradualità della tutela“? Come nel caso di Bersani, buone idee generali, ma poche proposte particolareggiate.

Anche il candidato centrista, Bruno Tabacci, non va oltre le intenzioni generali. Durante la sfida tv con gli altri candidati, ha affermato che la riforma Fornero va solo ritoccata, soprattutto nei suoi aspetti più duri sul piano sociale (quali dei tanti?) e rimuovendo alcuni paletti burocratici (ad esempio, accorciare i tempi di intervallo tra un contratto e l’altro), ma non ha escluso che, in futuro, si possa “andare oltre“, ma solo quando l’economia ricomincerà a crescere. Come? Non è dato saperlo, per ora. Di sicuro c’è che la riduzione della base produttiva (ogni mese c’è un nuovo record negativo della nostra produzione industriale) è l’origine dei guai, da risolvere con politiche economiche e fiscali che difendano la qualità del Made in Italy e che portino ad una maggiore integrazione con l’Europa, senza la quale non c’è nè salvezza nè progresso. Serve, poi, un nuovoPatto Fiscale, che permette la detraibilità, in tutto o in parte, dei servizi, favorendo così la lotta all’evasione fiscale e l’emersione del lavoro nero. Altro nodo fondamentale da risolvere è ilnanismo della piccola e media impresa, spina dorsale della nostra economia: come competere nel mercato globale, se si è troppo piccoli?. L’unica strada percorribile è, quindi, una politica che favorisca l’aggregazione d’impresa, in modo selettivo e a livello locale, così da garantire sia lacompetitività e che la qualità. Non di minore importanza, in questo progetto, sono gli investimenti in ricerca e sviluppo. Anche Tabacci resta un po’ sul vago e sul complicato: ritocchi alla riforma Fornero (come? quando?), integrazione europea (stesso problema con Vendola: non è meglio prima mettere a posto l’Italia e poi pensare all’UE?), integrazione d’impresa (come realizzarla?).

In generale, abbiamo molti punti d’incontro tra i programmi dei candidati: tutti per la flessibilità buona (precariato da combattere con la semplificazione della legislazione sui contratti di lavoro), la formazione e il miglioramento dei rapporti scuola-lavoro, l’occupazione femminile, la tutela del Made in Italy, gli investimenti in ricerca e sviluppo e minore pressione fiscale su salari e imprese. Le posizioni non sono inconciliabili. Cambiamo, invece, le modalità di attuazione:Bersani e Tabacci sembrano voler insistere sulla riforma Fornero, magari apportando delle correzioni; Renzi propone la sua riforma del lavoro; Puppato e Vendola, invece, puntano alla sua abolizione, ma non specificano come vogliono sostituirla. Interessanti, infine, le idee di Renzi sulsistema misto per i lavoratori più anziani, della Puppato sulla tutela del Made in Italy e di Tabacci sull’integrazione d’impresa. Vedremo chi la spunterà.

Danilo Sanna

(articolo pubblicato su pro-post@ lavoro) 

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